Diritti Negati

Copertina Libro finitaL’esperienza quotidiana, professionale ed ahimè anche personale, mi rammenta che il problema di carattere privato più sentito dai cittadini in uniforme è quello del cosiddetto ricongiungimento familiare.

Una persona su tre, infatti, mi contatta perché spera di trovare una possibilità di ottenere un trasferimento in una sede di servizio che consenta di veder crescere i propri figli, di vivere una normale vita di coppia, di assistere gli anziani genitori. Aspirazioni, queste, normalmente accessibili per gran parte dei lavoratori, ma spesso inarrivabili per i cittadini con le stellette.

Purtroppo, non ogni situazione ha una soluzione. Anzi, con l’andare del tempo, si assiste ad una progressiva saturazione dei reparti dislocati nel centro-sud ed alla conseguente progressiva restrizione delle possibilità di accontentare i richiedenti, molti dei quali – notoriamente- sono originari del meridione.

I giudici, comprensibilmente (ma spesso riponendo eccessiva fiducia nelle obiezioni degli uffici centrali), ritengono che – in caso di contrasto tra interessi – debba prevalere quello dell’Amministrazione all’ottimale impiego del personale, dovendo quindi sempre prevalere le esigenze organiche su quelle personali e familiari dei dipendenti.

Tutto molto semplice, se posto in termini meramente giuridici e burocratici. Molto meno se si osservano i riflessi nella vita reale di tanti servitori dello Stato.

Anche questo emerge nel mio lavoro, visto che un’altra grande richiesta di militari e poliziotti è purtroppo quella – assolutamente consequenziale – di farsi assistere in cause di divorzio e di separazione. Perché, sempre più spesso, questo è l’epilogo di tante vicende umane che nascono con un matrimonio in divisa e sciabola e terminano dal giudice civile per discutere di alimenti ed assegni divorzili da porre a carico di militari e poliziotti già economicamente stremati dalle spese di una vita a 1000 chilometri di distanza dai propri cari.

“Sei tu che hai scelto questo lavoro”, “sapevi a cosa andavi incontro”, si sentono dire militari e poliziotti che non riescono a coronare il sogno di essere ricongiunti ai propri cari. Vero, ma va detto che il potere di acquisto degli stipendi dei cittadini in divisa non è più quello che ha, invece, consentito alle passate generazioni di sopportare il costo di una famiglia itinerante per l’Italia, al seguito del genitore in divisa. Oggi questo non è più possibile, perché gli stipendi a malapena sostentano un singolo ed impegnano in penosi salti mortali le famiglie che vivono nell’altra parte dello stivale.

Il problema ha margini di soluzione che, come detto, si assottigliano sempre più. Lungi dal voler giustificare ogni scelta amministrativa, va detto che però che gli stati maggiori ed i comandi generali hanno oggettivamente un bel da fare per soddisfare le richieste che, immagino, arrivano a centinaia ogni giorno. I richiedenti, infatti, per lo più chiedono un trasferimento verso il sud, mentre le caserme sono per lo più al nord, a difesa di quella che fu la cortina di ferro.

Ciò non può però costituire il pretesto, tuttavia, per disapplicare le regole minime dei trasferimenti, tutte protese a privilegiare (doverosamente) le richieste di chi intende assistere un congiunto disabile o di chi intenda accudire i figli minori di tre anni.

Nessun trasferimento “ordinario”, quindi, può prevalere su quello “straordinario”. Questa è una regola semplice, spesso ribadita dai giudici, ma che ancora tarda ad affermarsi adeguatamente nella pratica.

Va detto ad onor del vero che l’apertura giurisprudenziale avuta con l’incondizionata applicazione della legge n. 104/1992 ai cittadini in uniforme (di cui mi vanto di essere l’artefice anche grazie ad una storica manifestazione davanti al Consiglio di Stato), se da un lato ha consentito a molti militari di assistere i propri congiunti disabili in condizione di gravità, dall’altro ha scatenato la caccia all’ultimo parente o affine che potesse giustificare una richiesta di trasferimento.

Tutto ciò, soprattutto, ha ulteriormente pregiudicato le aspirazioni di coloro che non possono addurre situazioni eccezionali e, pertanto, vedono spostato ulteriormente in avanti il momento di rientrare nella terra di origine. Per trovare, magari, a distanza di tempo, figli ormai cresciuti senza genitori. E sempre che il matrimonio abbia frattanto retto la prova di una lontananza fisica pluriennale.

Questo libro ben rappresenta la situazione reale e quindi ben può essere utile per la classe politica che volesse cimentarsi nella rara esperienza di calarsi nel mondo reale.

Avv. Giorgio Carta

 

Sinossi

 

Da anni porto avanti la lotta, con tutte le mie forze, per farci riconoscere il diritto al Ricongiungimento Famigliare, per tutti i Militari e le Forze di Polizia.

Questo libro rappresenta la speranza per tutti noi di poter vivere una vita migliore e di poter garantire ai nostri figli la stabilità che solo una famiglia unita sotto lo stesso tetto può dare.

Ogni giorno lottiamo per non crollare, abbiamo imparato a piangere senza versare una lacrima, ad urlare in silenzio, ad aggrapparci a tutto pur di non mollare.

Le articolate argomentazioni trattate, fanno emergere la realtà del nostro lavoro, affrontano la nostra vita i nostri sentimenti le nostre preoccupazioni, ho cercato di far comprendere che anche Noi abbiamo un cuore dei sentimenti una famiglia dei figli, che ci aspettano, a casa, con ansia. Consapevoli che abbiamo scelto un lavoro che mette a rischio la nostra incolumità, consapevoli di essere un punto di riferimento per tutti i cittadini onesti della penisola.

Mi sono sforzato di rappresentare le problematiche, individuandone eventuali soluzione, le quali possono essere uno spunto per i nostri politici, affinché, in modo serio con umiltà e grande senso di rispetto per Noi, si impegnino in parlamento, varando delle norme che diano il riconoscimento di quei diritti troppe volte calpestati, di quei diritti negati.

Ogni singola parola è stata scritta con il cuore, le ho scritte consapevole di trattare argomenti scottanti, forse qualcuno potrebbe raffigurarsi in uno dei tanti passaggi, non era mia intenzione puntare il dito contro qualcuno o qualcosa, la mia intenzione era quello di scrivere un libro reale con lo scopo di far conoscere realmente le nostre esigenze a tutta la classe politica e a tutti coloro che grazie al loro ruolo, possono intervenire per il cambiamento che in epoca di terza Repubblica deve obbligatoriamente trovare attuazione.

 

 

Destinatari

Il Libro e indirizzato a tutti i colleghi appartenenti all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato, alla Guardia di Finanza, al Copro della Polizia Penitenziaria, a tutti i Militari appartenenti all’Esercito, al Corpo Forestale dello Stato, ai Vigili del Fuoco, all’Aeronautica Militare, ai colleghi della Capitaneria di porto a tutti i nostri Famigliari e alle persone civili che ci stanno vicini.

 

 

4 commenti

  1. Carissimi Signori .
    Chi sceglie di portare le “”stellette”” … deve assolutamente rispettare le “”regole del gioco””.
    Il sottoscritto si è arruolato nel 1962 all’età di 16 (anni) ed inviato alla Scuola Sottufficiali .
    Attualmente in pensione dopo 41 (quarantuno) anni di servizio effettivo .
    Se raccontassi la mia storia scriverei un libro di migliaia di pagine .
    Voglio portare a conoscenza solo un fatto … i miei due figli le ho potuto fare una carezza solo dopo mesi che erano nati … mi sono spiegato ??? …
    Il mio Comandante (Tenete Colonnello) ha detto che non era necessario essere presente alla nascita dei figli … era più che sufficiente la mamma .
    Tutti coloro che si sono arruolati negli anni 60 e 70 hanno “”ingoiato rospi”” .
    Per quanto mi riguarda la scelta di portare le stellette vuol dire mettersi a disposizione completa delle Istituzioni .
    Tutto il resto famiglia compresa viene i “”secondo ordine”” .
    Coloro che sono interessati ad una vita con i propri congiunti non deve assolutamente pensare a mettersi due stellette al collo ed indossare qualsiasi tipo di uniforme .
    Un cordiale saluto .
    mario Frullani

  2. Pregiatissimo Frullani,
    Comprendo e capisco il sua stato d’animo, le voglio rispondere, in qualità di Presidente U.D.S., con una domanda, perché allora l’attuale legge da il diritto al ricongiungimento famigliare solo a coloro che sono trasferiti d’uffici, cioè i sottufficiali e gli ufficiali con le stellette, in quanto solo loro usufruiscono del trasferimento d’ufficio???
    Risponda a questa domanda e poi gli rivolgerò un’altra di domanda………

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