Mancata proroga 41-bis del 1993 da parte del Ministro della Giustizia Conso: Corte d’Assise d’appello ripercorre sentenza sulla trattativa Stato-mafia

Prosegue la relazione della Corte d’assise d’appello sulla sentenza di primo grado riguardante la trattativa Stato-mafia pubbliccato da antimafiaduemila.com

“Faccio presente e preciso che quando faccio riferimento alla Corte intendo alludere alla Corte d’assise di primo grado non a questa Corte. E lo stesso vale per valutazioni e conclusioni”. Con queste parole il Presidente della Corte d’assise d’appello, Angelo Pellino ha aperto l’udienza di lunedì al processo trattativa Stato-mafia. Un premessa necessaria per evitare il ripetersi di quanto avvenuto appena una settimana prima con gli organi di informazione che avevano attribuito a questa Corte giudizi su elementi processuali che dovranno essere nuovamente valutati mentre si sta semplicemente effettuando la rilettura delle cinquemila pagine delle motivazioni della sentenza di condanna di primo grado.

Una parte della relazione ha riguardato la mancata proroga del 41-bis a numerosi boss mafiosi, ad opera dell’ex Ministro della Giustizia Giovanni Conso.

La mancata proroga dei 41 bis

“La Corte d’assise di primo grado – ha detto Pellino, proseguendo la relazione introduttiva – ritiene innegabile che la decisione di non prorogare il regime di carcere duro da parte del ministro Conso sia stato un segnale, una inversione di tendenza rispetto a quella di conferma dello stesso regime, adottata nel luglio dello stesso anno da Conso. E’ stato lo stesso Conso, ritiene la Corte d’assise di primo grado – ha proseguito Pellino nella relazione introduttiva – sentito come teste nel 2010, che ha negato, escludendo qualunque tipo di trattativa e di non essere a conoscenza dei contatti tra Mori-De Donno e Vito Ciancimino”. “Una mancata proroga – ritiene la Corte d’assise di primo grado – che Conso dice di avere preso in totale autonomia, disattendo anche le indicazioni provenienti dal Dap, coltivando una ‘speranziella’, ovvero che l’attenuazione del clima carcerario potesse essere un segnale per cosa nostra al fine della “cessazione della strategia stragista”.

In particolare Conso, di fronte alla Commissione parlamentare antimafia, disse di aver appreso della spaccatura tra Riina e Provenzano, con quest’ultimo che avrebbe avviato una strategia differente, non stragista e più interessato agli affari. Una contrapposizione che in quel momento non era ancora nota laddove c’era anche chi ipotizzava che Bernardo Provenzano fosse deceduto. “Secondo la Corte di assise di primo grado – ha proseguito Pellino – non vi può essere alcun dubbio che la minaccia perpetrata da Riina fu percepita dal ministro Conso e che la sua decisione sulla mancata proroga (del carcere duro, ndr) – presa in totale autonomia ma in base anche a informazioni riservate avute da Mori e Di Maggio – fosse volta a lanciare ‘un segnale'”.

Tra le “anomalie” evidenziate dai giudici di primo grado vi è la “tardiva” richiesta di informazioni alla Procura di Palermo sui soggetti a cui stavano per scadere i decreti del carcere duro. Soggetti di peso come Antonino (“Nenè”) Geraci e Giuseppe Farinella, rispettivamente a capo dei “mandamenti” di Partinico e San Mauro Castelverde che estendevano la propria “competenza” su gran parte del territorio della Provincia di Palermo, nonché Giovanni Prestifilippo, importante esponente della “famiglia” mafiosa di Ciaculli. “La Corte ritiene quell’inoltro della richiesta di parere nell’imminenza della scadenza – ha proseguito Pellino nella relazione – sottintendeva già una ben chiara intenzione del ministro di non prorogare in blocco quei decreti, così come poi avvenne, e la tardiva richiesta servire soltanto per mettere a posto le carte acquisendo il parere degli uffici interessati ma nel contempo impedendo di fatto agli stessi uffici di potere fornire elementi che avrebbero potuto ostacolare o avrebbero comunque reso più difficoltosa l’attuazione di quell’intendimento”.

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