Telefonini nel Carcere

                                                                                                                                  Al Ministro della Giustizia
                                                                                                                                 On.LE Alfonso BONAFEDE
 
 
Dalla disamina degli eventi critici che si sono verificati nell’ultimo periodo negli Istituti Penitenziari, emerge un preoccupante aumento di episodi di rinvenimento di apparati di telefonia mobile.

Il telefonino, è ovviamente, uno degli oggetti di cui non è consentito il libero possesso da parte dei detenuti, anche per le finalità di prevenzione in senso generale. Tale divieto trova la sua chiave normativa nella possibilità concessa ai detenuti di poter fruire di comunicazione telefonica ex art. 18 O.P. e art. 39 R.E. secondo i tempi e le modalità disciplinate con il regolamento interno dell’Istituto ex art. 36 R.E. che di fatto è da ritenersi disposizione emanata dall’Autorità.

La previsione del legislatore, di sottoporre a specifica regolamentazione la possibilità da parte dei detenuti di effettuare colloqui telefonici, parrebbe rispondere all’esigenza di spezzare i collegamenti tra soggetti ristretti e persone libere. Sostanzialmente tale volontà è da attribuirsi alla necessità di non permettere a taluni detenuti di continuare a dare disposizioni e ordini circa la commissione di ulteriori reati, di evitare che i reati già commessi siano portati ad ulteriori conseguenze ovvero che possano essere date indicazioni finalizzate all’inquinamento o occultamento delle prove.

L’Ordinamento Penitenziario tuttora in vigore è risalente al 1975, epoca in cui alcuni oggetti oggi presenti grazie all’evoluzione tecnologica, non esistevano ancora.

Il processo di innovazione societario avvenuto negli anni ha portato i governi che si sono susseguiti a intervenire più volte, per accostare l’azione di prevenzione all’azione sempre più incisiva del trattamento e della rieducazione, per cercare di individuare i fattori devianti che hanno portato il detenuto a commettere un reato. A tal fine hanno assunto un ruolo fondamentale le figure professionali con funzioni rieducative e risocializzanti per permettere una più attenta osservazione e valutazione di chi durante la carcerazione manifesta la volontà di intraprendere un percorso riabilitativo e riparativo.

Se da un lato tale “vision” garantisce l’attuazione delle finalità previste dall’art. 27 della Costituzione, da altro punto di vista non può sottacersi sulla necessità che sia perseguito il possesso non autorizzato di apparati idonei ad effettuare comunicazioni con l’esterno dell’Istituto penitenziario, per quelle finalità di tutela dell’ordine, della sicurezza e della legalità pubblica i cui soggetti destinatari (rictus i cittadini) sono certamente soggetti titolari di diritti costituzionalmente garantiti.

I due aspetti sono conseguentemente, parte di un unico processo di rieducazione poiché non potrebbe darsi attuazione al percorso trattamentali in favore del detenuto, senza un’imprescindibile condizione di sicurezza.

In tal senso bisogna intervenire con sollecitudine per effettuare un’analisi profonda sullo stato di salute della sicurezza negli Istituti penitenziari della nostra penisola, ma su questo mi riservo di inoltrare una nota a parte al fine di ponderare, eventualmente, valide soluzioni da proporre.

Per quanto attiene alla questione relativa agli innumerevoli episodi di rinvenimento di telefonini, di cui alla presente nota, si prende atto che tali apparati hanno ormai raggiunto – grazie all’evoluzione tecnologica – dimensioni talmente piccole da essere facilmente occultati. Bisogna, pertanto, necessariamente intervenire per contrastare penalmente il rinvenimento di tali oggetti all’interno degli spazi detentivi.

Attualmente il possesso di telefonino da parte del detenuto – a parte la possibilità di far rientrare tale possesso nella mancata osservanza di un provvedimento legalmente dato dall’Autorità ex art. 650 c.p.-  non è previsto e punito da una specifica norma penale.

Di fatto il procedimento disciplinare instaurato nei confronti del detenuto, evidentemente, non raggiunge lo scopo di dissuaderli dal cercarne in ogni modo il possesso, ed il bilanciamento che potrebbe essere effettuato con i potenziali pericoli che da tale possesso potrebbero derivare per la sicurezza, l’ordine pubblico e la legalità, ci fa conseguentemente comprendere quanto sia necessario l’inserimento di una norma penale specifica per il contrasto della fattispecie in trattazione, quale puntuale risposta all’esigenza di tutela della sicurezza dei cittadini.

Per questo si vuole sensibilizzare il Signor Ministro della Giustizia, al quale non si possono riconoscere responsabilità in tal senso, al fine di prevedere un disegno legge che contrasti penalmente il fenomeno, questo anche in considerazione del fatto che ai detenuti vengono garantiti continui contatti con i propri cari sia attraverso i colloqui che attraverso le telefonate e ove sussistenti i requisiti di legge anche oltre il numero stabilito.

Cordialità

                                                                                                                   Presidente UDS D.G.Filippone

 

 

 

               

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