La critica politica, se non è gratuita, esclude la diffamazione

Un cittadino veneto veniva tratto a giudizio per diffamazione, per aver offeso la reputazione del Sindaco del proprio Comune, avendo provveduto a stampare ed a distribuire volantini nei quali affermava che il comportamento del Sindaco era “scandaloso” atteso che costui “stava vendendo a terzi il Comune” ed accusandolo di “nascondere” la verità con un contegno arrogante.

In primo grado l’imputato veniva condannato mentre, in appello, era stato assolto, avendo la Corte riconosciuto l’esimente del diritto di critica politica.

Il Sindaco, allora, decideva di ricorrere per cassazione, ai soli effetti della responsabilità civile, censurando la decisione di assoluzione per aver, il giudice di secondo grado, nel momento in cui ribaltava la sentenza di condanna, omesso di offrire una motivazione puntuale e adeguata, in grado di fornire una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata in primo grado.

La Suprema Corte, Sezione Quinta, con sentenza n. 32668 del 16 luglio 2018, ha rigettato il ricorso.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, giudice di appello ha fatto buon governo dei principi vigenti in materia di continenza delle espressioni lessicali utilizzate, rispondendo la relativa decisione al canone della “motivazione rafforzata”, proprio perché si è adeguatamente confronta con la soluzione offerta del primo giudice, ribaltandola sulla scorta di un solido e articolato impianto argomentativo.

La Corte, dopo aver ricordato il principio generale secondo il quale l’esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto di critica, a condizione che l’offesa non si traduca in una gratuita ed immotivata aggressione alla sfera personale del soggetto passivo ma sia “contenuta” nell’ambito della tematica attinente al fatto dal quale la critica ha tratto spunto (fermo restando che, entro tali limiti, la critica, siccome espressione di valutazioni puramente soggettive dell’agente, può anche essere pretestuosa ed ingiustificata, oltre che caratterizzata da forte asprezza), ha rilevato che le espressioni rivolte a mezzo del volantino non investivano in maniera gratuita il nucleo essenziale della personalità morale della persona offesa, che non risultava aggredita nel sé, come persona, ma veniva chiamata in causa per il suo operato politico-amministrativo, peraltro in modo non generico, ma in relazione ad un episodio specifico (l’iniziativa di avviare un progetto di costruzione di un plesso scolastico).

Ed il giudice di appello, secondo la Corte Suprema, ha correttamente evidenziato come il Tribunale non abbia tenuto in debito conto che in riferimento all’esercizio del diritto di critica politica, il rispetto della verità del fatto assume un limitato rilievo, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica.Rodolfo Murra http://www.ilquotidianodellapa.it

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